Tenerlo in braccio: vizio o bisogno?

“Non tenerlo in braccio, lo vizi”, “lascialo piangere così impara ad essere indipendente”.  Quale mamma non si è sentita dire almeno una volta nella vita una di queste frasi?

Nonostante negli ultimi decenni sia molto cambiata la visione della maternità e del metodo dell’accudimento del neonato, esistono ancora tante persone che criticano chi tiene spesso, o troppo (secondo il loro punto di vista) in braccio il bambino.

Io mi sento costantemente dire “ahhh, è proprio viziato questo bambino, non puoi lasciarlo solo che piange!” -Mattia ha appena compiuto 9 mesi- Me lo sento dire da circa 8 mesi.  Per una mamma, soprattutto se è alla prima esperienza, è fonte di insicurezza e stress. Vede il suo bambino che piange e si domanda quale sia il metodo giusto, vorrebbe abbracciarlo ma allo stesso tempo viene assalita dai dubbi.

Quando ho qualche dubbio inizio a comprare libri, cercare su internet le varie teorie di esperti, insomma cerco di informarmi il più possibile soprattutto perché non voglio lasciarmi assalire dai mille pensieri.  Ho scoperto, quindi, che a riguardo sono stati fatti degli studi e, in realtà, ci sono dei grandissimi vantaggi nel tenere in braccio un bambino nei primi 9 mesi di vita.

Nelle mie ricerche ho scoperto Michel Odent, noto chirurgo francese, dirige per 23 anni un reparto di ostetricia/maternità,  questa sua esperienza lo porterà a specializzarsi negli effetti a lungo termine sulla salute delle modalità del parto, dei primi istanti di vita del neonato e della sua interazione con la madre.

Intrecciando i dati derivati da una molteplicità di discipline scientifiche (tra cui la chimica, la biologia, la fisiologia, l’endocrinologia e l’embriologia) Odent sottolinea l’importanza del “cocktail di ormoni dell’amore”, quali l’ossitocina, la prolattina e le endorfine, che portano madre e figlio a cercare una stretta vicinanza tra di loro e contribuiscono alla formazione del legame di attaccamento, base di tutte le interazioni sociali del bambino e del futuro adulto. Su queste basi offre valide idee a sostegno dell’adozione di una strategia culturale impostata sull’amore e utile per la sopravvivenza dell’uomo, una strategia che deve nascere e nutrirsi fin dal momento del concepimento.

(fonte: Wikipedia)

 

A causa delle dimensioni dei nostri canali del parto, il bambino è “costretto” a nascere nelle 40 – circa – settimane di gestazione, ovvero quando le dimensioni del corpo e della testa del bambino, hanno raggiunto le dimensioni massime consentite al nostro corpo per poter partorire. In realtà non è ancora completa la sua maturazione per cui avrà bisogno di altri 9 mesi (esogestazione) per poter raggiungere un livello di maturazione adeguato.

Questi studi dimostrano che, in realtà, per il bambino essere preso in braccio corrisponde a un bisogno fisiologico e naturale, importante per il suo sviluppo.

Quando un bambino piange è perché è il suo unico mezzo di comunicazione. Ha sonno, fame, freddo, caldo, ha mal di pancia oppure può semplicemente aver bisogno di sentirsi coccolato tra le braccia della mamma.

Pensate che per 9 mesi ha vissuto dentro di noi, equivale ad averlo costantemente in braccio, poi nasce e non solo si trova in un ambiente completamente differente ma non è più costantemente cullato dai nostri passi, non c’è più il battito del nostro cuore a tenergli compagnia.

E ci domandiamo perché piange? Avete presente quel senso di vuoto che proviamo quando improvvisamente rimaniamo sole a casa senza figli e mariti? ( Pace dei sensi a parte) Penso che possa essere leggermente paragonato a ciò che provano loro, solo che dobbiamo moltiplicare la sensazione.

In  realtà non prendere in braccio un bambino che piange porta ad avere, a lungo termine, dei danni seppur inconsci; Ad esempio avranno più probabilità di sviluppare ansia, depressione, insicurezza.

E se proprio non vogliamo, o meglio, non vogliono credere a questi studi ci basta pensare alla marsupio terapia, viene utilizzata soprattutto nei bambini prematuri. I casi di recupero e di sopravvivenza grazie a questa pratica sono molti, per cui forse fa davvero bene il contatto con noi?

In qualsiasi caso non durerà per sempre, il tempo passa in fretta, loro crescono e senza rendercene conto ci ritroveremo a supplicarli per un abbraccio e una coccola.

Per cui continuate a tenere in braccio i vostri bambini, teneteveli stretti a voi, fregatevene di chi vi dice il contrario. Fate ciò che pensate sia giusto. Un giorno vi mancherà tutto questo e purtroppo indietro non si può tornare.

Un abbraccio vuol dire “Tu non sei una minaccia. Non ho paura di starti così vicino. Posso rilassarmi, sentirmi a casa. Sono protetto, e qualcuno mi comprende”. La tradizione dice che quando abbracciamo qualcuno in modo sincero, guadagniamo un giorno di vita.
(Paulo Coelho)

 

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